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		<title>Il doppio tampone sancisce la fine della fase acuta della malattia da Sars-CoV-2. Ma per un recupero completo occorre un percorso riabilitativo</title>
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		<pubDate>Wed, 06 May 2020 13:54:08 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-2225 alignleft" src="https://www.gruppoforte.it/gruppoforte/wp-content/uploads/2020/05/Covid-19.jpg" alt="" width="561" height="237"></p>
<p>I pazienti colpiti dal Covid-19 vanno innanzitutto identificati. Poi, trattati. E infine, se necessario, supportati per tornare a fare ciò che era nelle loro possibilità prima della malattia. La riabilitazione è uno dei temi posto sul tavolo dall’emergenza Coronavirus. Non meno rilevante degli altri, sebbene l’elevata velocità dei contagi e la sospensione delle prestazioni non urgenti abbiano inizialmente fatto scivolare in secondo piano il recupero dopo la fase acuta della malattia. Ma adesso che oltre 35mila persone hanno messo alle spalle o si apprestano a superare l’infezione da Sars-CoV-2, è in crescita la quota di connazionali impegnati per recuperare la piena efficienza fisica. Un percorso che, soprattutto per chi ha affrontato un ricovero in terapia intensiva, si preannuncia lungo e graduale.<span id="more-2224"></span></p>
<p>Oltre a essere subdola, la polmonite interstiziale che caratterizza la malattia provocata dal nuovo Coronavirus è molto debilitante. I racconti dei medici e dei pazienti che hanno registrato un’evoluzione positiva del Covid 19 sono pressoché unanimi. L’esito negativo del doppio tampone dà una risposta &#8211; parziale, in alcuni casi &#8211; al problema della contagiosità. Ma non pone fine al percorso di malattia.</p>
<p>Al momento, non esistono linee guida condivise per la fisioterapia respiratoria rivolta ai pazienti colpiti dal Covid-19. Quello che si sa è che però ne abbisognano pressoché tutti, tra coloro che sono stati curati in ospedale: anche in ragione dell&#8217;elevata età media (64 anni) di chi ha sviluppato i sintomi più gravi della malattia. Intensità e durata della riabilitazione dipendono, in linea generale, da quanto lunga è stata la degenza. L&#8217;assenza di indicazioni condivise da parte della comunità scientifica sta rendendo disomogenea l&#8217;offerta nei confronti dei pazienti. A ciò occorre aggiungere che la capillarità di strutture deputate a svolgere un simile ruolo non è uniforme lungo lo Stivale.&nbsp;</p>
<p>Per chi è stato ricoverato, vale come indicazione generale, &#8220;la riabilitazione dovrebbe avvenire in strutture ad hoc: Covid-19 è una malattia che mette a dura prova la forza e l’efficienza della muscolatura respiratoria&#8221;. L&#8217;ideale sarebbe dunque affrontare una seconda degenza. Ma di quale durata? Per chi è reduce da un ricovero in terapia intensiva, può essere necessario un percorso di almeno 2-3 settimane. Un periodo compreso tra 5 e 10 giorni è invece quasi sempre sufficiente per tutti gli altri pazienti. Il resto, se necessario, lo si può fare recandosi in ambulatorio per ulteriori 3-4 settimane.</p>
<p>Nei prossimi mesi occorrerà comunque studiare quale margine di recupero abbiano le persone ammalatesi di Covid-19. Analoghe valutazioni compiute ai tempi della Sars hanno descritto una riabilitazione pressoché completa per coloro che erano stati colpiti dall&#8217;infezione in maniera meno aggressiva. Nel caso dei pazienti ricoverati in terapia intensiva, invece, per 1 su 5 la funzionalità respiratoria non era del tutto ristabilita a un anno dalla dimissione dall&#8217;ospedale. Un rischio analogo, sulla carta, riguarda chi è reduce dall&#8217;infezione da Sars-CoV-2. Di sicuro, non è questo il momento di trascurare questi pazienti. Perché, indipendentemente dalle cause, chi supera una polmonite è incline a sviluppare nel tempo altri problemi di salute. La sua previsione deriva da quanto osservato nei reduci dalle infezioni più gravi. L&#8217; infiammazione a cui sono esposti prima i polmoni e poi l&#8217;intero organismo sarebbe un terreno fertile per vedere aumentare i casi di infarto, ictus e malattie renali. A ciò occorre aggiungere che Covid-19, nelle forme più avanzate, sembrerebbe colpire anche altri organi: dal cuore al cervello, fino ai reni e probabilmente il fegato. I più a rischio, oltre agli anziani, sono coloro che necessitano del ricovero in terapia intensiva. Una ragione in più per identificare e trattare quanto prima ogni paziente che, da oggi in poi, si ammalerà di Covid-19.</p>
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